Ed ecco arrivare, di nuovo, Settembre. Dai tempi del Liceo, questo mese mi ha sempre angosciato. Ha rappresentato per ben quattro anni, la mia ultima possibilità di accedere all’anno scolastico successivo. Il mese degli esami di riparazione. In poche ore ti giocavi una buona fetta di futuro. E gli dei sono sempre stati benevoli con me. Ma Settembre, più in generale, ha sempre significato il passaggio dal piacere al dovere. La fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, il termine delle vacanze e il ritorno ai banchi di scuola o all’ufficio, l’addio alle lunghe e calde giornate e l’arrivo dei colori giallo arancione rosso delle chiome degli alberi e delle viti. Settembre il mese in cui si fanno i conti, in cui si ricomincia a fare sul serio. Nei prossimi giorni ci attendono tante scadenze: il pronunciamento della corte costituzionale federale tedesca sulla liceità del contributo germanico ai veicoli salva-stati, le elezioni politiche nella virtuosa Olanda, gli interventi (Bundersbank permettendo) della Bce per difendere la tenuta dell’Area Euro, la cacciata immediata della Grecia dall’Eurozona (se non subito fra qualche mese), il via al terzo Quantitative Easing da parte della Fed. Si tratta di cinque importanti momenti sia per la tenuta dell’area Euro (i primi quattro) che per evitare una seconda ondata recessiva mondiale (QE3). Ma è la cacciata della Grecia dall’Area Euro la questione che mi sta più a cuore e che, nel breve periodo, potrebbe creare un effetto domino devastante. Che Atene sarebbe stata sbattuta fuori dall’Euro era cosa risaputa ai più. La Grecia è stata la cavia sacrificale per testare le strampalate teorie della troika: abbassare stipendi e pensioni, licenziare statali, aumentare imposte dirette e indirette per sistemare finalmente i conti. Risultati, dopo due anni ormai quasi tre: fuga di capitali all’estero, disoccupati a non finire, crollo del Pil, rapporto debito Pil dal 120% al 160%. Mica male! La cosa che dovrebbe preoccuparci è che le medesime misure le stanno applicando da novembre 2011 il governo Monti in Italia e da qualche mese il governo Rajoy in Spagna. Fra qualche anno tireremo le somme, nel frattempo cominciamo pure a spaventarci con i dati sulla salute delle nostre economie che, di mese in mese, stanno uscendo.
Ma torniamo ad Atene. La Grecia in questi giorni sta chiedendo di dilazionare in altri due anni, gli impegni presi con la troika. Samaras, fresco vincitore delle ultime elezioni, sa benissimo che, se implementasse tutto ciò gli è stato chiesto nei tempi previsti, fra breve non sarebbe più in grado di “tenere la piazza”. Sta dunque girando le cancellerie europee per tentare di convincere i paesi più riluttanti. La Germania, prima ancora che l’aereo del premier greco atterri a Berlino, ha fatto sapere attraverso il potente ministro delle finanze Schaeuble che “dare più tempo non è la soluzione ai problemi”. Durante la conferenza stampa congiunta Merkel – Hollande di ieri sera, la cancelliera tedesca ha dichiarato che “è importante che tutti mantengano i lori impegni” e che “vorrei che Atene restasse nell’Euro”. Ormai siamo a questo, siamo agli auspici, alle speranze, ai vorrei – ma – non – posso. Quindi tutto è deciso. Manca solo la data di annuncio ai mercati. Poi le cose precipiteranno velocemente. Basta una sola falla nella diga per farla collassare. Purtroppo siamo in una situazione di crisi con solo tre scenari possibili: eurobond e convergenza politico fiscale dell’Area Euro (la soluzione da tutti o quasi auspicata), fine ordinata dall’Eurozona (unica alternativa a questa unione solo bancario/monetaria) o uscita disorganica di ogni singolo paese. Temo stiamo imbroccando quest’ultima via.
A tutti coloro, e non sono pochi, che ritengono che l’uscita della Grecia permetterà il rafforzamento dell’Area Euro vorrei rispondere citando i fatti narrati in un classico della letteratura: Dieci piccoli indiani, di Agata Christie.
E’ la storia di dieci persone apparentemente senza alcun legame che vengono a vario titolo invitate, con una lettera, a soggiornare (o lavorare) presso un’isoletta al largo della costa del Devon, di proprietà di un fantomatico signor U.N. Owen (che si pronuncia come unknown – sconosciuto). E’ curioso come nessuno conosca esattamente chi gli stia offrendo la vacanza (o il lavoro) ma tutti, per motivi diversi, decidono di accettare. Un traghettatore, un vero e proprio Caronte visto ciò che accadrà di lì a poco, li porterà dalla terraferma a Nigger Island (questo il nome dell’isoletta) da cui non faranno mai più ritorno. Al termine della prima cena insieme, un disco diffonderà nella sala dove si erano raccolti, i capi di imputazione per ognuno di loro. Ecco cosa univa tutte queste persone: ciascuno, in passato, aveva direttamente o indirettamente concorso ad uccidere vite umane. Dopo una prima fase di sgomento e di stupore, il gruppo, seppur per pochi istanti, si compatta. Gli astanti ricostruiscono come e da chi sono stati invitati e rigettano, uno per volta, le accuse ricevute. Ma un evento, la morte per avvelenamento di uno di loro, disgregherà immediatamente questo gruppo in fieri e li trasformerà in nove entità distinte ognuna convinta della colpevolezza altrui. Un tutti contro tutti, seppur con momentanee alleanze, che terminerà solo con la morte dell’ultimo ospite. Un gioco macabro accompagna i vari delitti. Ogni volta che una persona verrà uccisa, sparirà una delle dieci statuine di negretti poste in mezzo al tavolo della sala, e tutti gli omicidi saranno cadenzati dal ritmo di una filastrocca presente nelle camere di tutti gli invitati.
Questo racconto è una così evidente metafora della nascita e della probabile fine dell’Eurozona, che non è il caso di soffermarsi su ogni singola analogia. Ma c’è un aspetto di questo racconto che mi ha sempre colpito. Si tratta una questione prettamente linguistica. Il titolo originale di questo giallo era”Ten Little Niggers”. Quando però il libro fu pubblicato negli States, vista l’accezione dispregiativa del termine “Nigger” si pensò di intitolare il racconto “And then were none” (e poi non rimase nessuno) mutuandolo dalle parole conclusive dell’ultima strofa della filastrocca di cui abbiamo detto prima. La prima strofa della stessa, invece, termina così: “and then were nine” (e poi ne rimasero nove). Solo una lettera di differenza la “I” (di nine) al posto della “O” (di none) sancisce l’inizio e la fine del tutto. Guarda caso queste due lettere sono i simboli scelti in elettronica per indicare l’accensione e lo spegnimento di un sistema chiuso. E fu proprio così nel romanzo: settimane a preparare e organizzare il soggiorno e poi, dopo il primo delitto (come se si fosse premuto un tasto ON), nel giro di pochi giorni morirono tutti e “poi non rimase nessuno” (OFF appunto).
Temo davvero che se diamo il via all’uscita della Grecia dell’Euro, innescheremo un repentino quanto disordinato effetto a catena che avrà come risultato la fine di ogni speranza di un futuro migliore per tutti noi. Noi possiamo decidere se e quando innestare la bomba (I), ma solo la bomba poi deciderà quando fermarsi (O).