Siamo quasi a fine marzo ma, in Italia, si sta ancora parlando di lavoro e della riforma del relativo mercato.
Il governo Monti, attanagliato dal senso di colpa per il peccato originale di essere stato nominato e non eletto, da mesi ammicca alla concertazione nei giorni pari e minaccia la decisione unilaterale nei giorni dispari. Questa incapacità di scegliere una linea di condotta chiara e di portarla a termine con la dovuta determinazione, sta innervosendo le parti sociali e inquietando l’opinione pubblica.
Eppure, la storia, qualcosa dovrebbe insegnare. Differenti popoli, a distanti latitudini, in diversi momenti, hanno di buon grado accettato, e spesso idolatrato, dittatori di ogni statura e colore ma mai, in nessun caso, hanno tollerato le indecisioni di qualunque governo, seppure democratico.
Il cittadino normalmente pretende che chi lo governa sia una persona migliore di lui e non accetta titubanze, ripensamenti o equivoci; soprattutto quando si tratta di tecnici venuti per salvare la patria.
Ma, piuttosto che la questione formale, preferisco approfondire quella sotanziale.
Non convince il fatto che il governo si stia focalizzando solo su un aspetto della questione. Tutte le misure attuate fino a ieri e tutte quelle oggetto di riforma oggi incidono sulla domanda, nessuna sull’offerta del lavoro.
L’aumento dell’età pensionabile, la compressione dei salari, la diminuzione dei diritti dei lavoratori e della loro rappresentanza sindacale (vedi ultimi accordi Fiat) sono tutti interventi che insistono sulla parte prestatrice d’opera.
Se la contingenza macro-economica da una parte ha reso improrogabili alcuni di questi interventi, dall’altra l’impressione è che se ne sia approfittato per cancellare importanti diritti, bada bene non privilegi, acquisiti dai lavoratori.
Il governo Monti, che ha agito con precisione chirurgica sul lato della domanda, pare abbia del tutto ignorato l’aspetto dell’offerta del lavoro.
L’Italia infatti è il paese delle piccole e medie imprese: se in passato questa è stata un’utile peculiarità, ora sta diventando sempre di più l’elemento di sgretolamento e distruzione del nostro tessuto produttivo. Si tratta perlopiù di imprese di piccole dimensioni (il 98% ha meno di 20 dipendenti), a conduzione familiare (oltre il 90%), che raramente inseriscono nei ruoli di comando manager estranei all’ambito parentale e che quasi mai aprono il capitale a partecipazioni esterne (sovente sono sotto capitalizzate). Il risultato è che solo il 33% di queste aziende supera il primo passaggio generazionale e solo il 15% il secondo con conseguente perdita di know how, di fette di mercato e di, ahimè, occupazione. Non ho mai sentito un governo, compreso l’attuale, trattare e affrontare questo enorme problema. Che dire poi della timidezza con cui le imprese italiane vengono accompagnate e presentate all’estero dagli esecutivi nostrani, rispetto al vigore con cui altri paesi a noi vicini (Francia, Spagna e Germania) sponsorizzano le proprie aziende accaparrandosi posizioni di quasi monopolio in intere aree geografiche?
A quali politiche per incentivare l’aumento demografico tutelando le imprese si sta pensando? E chi lo sa!
E la famosa riduzione del cuneo fiscale per rivitalizzare i consumi che fine ha fatto? E’ rimasta una lettera di intenti del Mario Monti editorialista sulle colonne del Corriere della Sera di quasi un anno fa. E ancora, è più facile attirare capitali e imprese straniere limitando l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori o bonificando metà Italia dalla criminalità? Quale multinazionale aprirà uno stabilimento in Sicilia, Calabria e Campania con o senza articolo 18? Di certo nessuna.
Alla fine si tratta solo di scegliere cosa si vuole davvero fare oggi del tema lavoro, ma più in generale del dossier Italia. Un’operazione di facciata? Un veloce restiling? Se la volontà è questa, è sufficiente continuare così. Se invece, vogliamo trasformare questa situazione di estrema difficoltà in una grande opportunità per il paese, dobbiamo, anzi dovete voi tecnici, operare un vero e proprio cambio di marcia. La vera emergenza oggi è di certo il lavoro. Dunque affrontare la questione da ogni punto di vista e non solo da quello della domanda. Fare le liberalizzazioni, ma quelle vere, e non prendere più per i fondelli i cittadini con la lotta ai tassisti (peraltro persa con disonore). Le privatizzazioni che fine hanno fatto? Perché nessuno ne parla più? Sussidiarietà, regimi fiscali agevolati per le imprese straniere che apriranno in Italia, riforma dell’istruzione finalizzata all’inserimento nel mondo del lavoro attraverso l’insegnamento di materie “utili” e allo studio in loco presso le aziende, sussidi di disoccupazione per chi rimane senza impiego ma con l’obbligo di accettare qualunque mestiere proposto dall’ufficio di collocamento…..
Il lavoro è diventato l’elemento qualificante dell’uomo. Siamo un po’ tutti ciò che facciamo. Anche per questo, negli ultimi anni, molti dei lavori più modesti e despecializzati hanno cambiato il proprio nome in modo da sembrare meno umili e comunque più socialmente spendibili. Se una volta si ambiva ad essere milionari, oggi si spera di diventare grandi manager o industriali. La ricchezza separata dal lavoro comincia ad essere percepita come “insana”. Chi non lavora, sebbene sia benestante, viene percepito come “diverso”, quasi guardato con sospetto spesso con indulgenza. Avere un impiego non è solo necessario per sopravvivere ma sempre di più per avere una dignità pubblica. La disoccupazione è ormai sinonimo di morte sociale.
In altre parole: Nel 1950 il grandissimo Isaac Asimov scrisse “Io, Robot”. Il termine Robot, rimanda al significato di lavoro pesante (in russo lavoro si scrive “rabota”). Per estensione il Robot può essere definito, almeno dal punto di vista etimologico, un lavoratore che svolge attività fisica faticosa. In quel capolavoro della letteratura science fiction i Robot erano “umani, troppo umani” come avrebbe detto Nietzche. Di fronte alla complessità del dilemma etico, le macchine si trovarono ad avere reazioni umane. Del resto l’uomo demiurgo di macchine, non potè che riprodurre le proprie imperfezioni su scala industriale. Come sempre la realtà è più amara delle favole. Ed oggi, a distanza di oltre sessant’anni, invece di avere macchine che vorrebbero essere uomini (vedi anche “Blade Runner” di Ridley Scott, 1991) ci troviamo con uomini che vorrebbero essere Robot.
Almeno dal punto di vista etimologico.