Dieci piccoli indiani

Ed ecco arrivare, di nuovo, Settembre. Dai tempi del Liceo, questo mese mi ha sempre angosciato. Ha rappresentato per ben quattro anni, la mia ultima possibilità di accedere all’anno scolastico successivo. Il mese degli esami di riparazione. In poche ore ti giocavi una buona fetta di futuro. E gli dei sono sempre stati benevoli con me. Ma Settembre, più in generale, ha sempre significato il passaggio dal piacere al dovere. La fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, il termine delle vacanze e il ritorno ai banchi di scuola o all’ufficio, l’addio alle lunghe e calde giornate e l’arrivo dei colori giallo arancione rosso delle chiome degli alberi e delle viti. Settembre il mese in cui si fanno i conti, in cui si ricomincia a fare sul serio. Nei prossimi giorni ci attendono tante scadenze: il pronunciamento della corte costituzionale federale tedesca sulla liceità del contributo germanico ai veicoli salva-stati, le elezioni politiche nella virtuosa Olanda, gli interventi (Bundersbank permettendo) della Bce per difendere la tenuta dell’Area Euro, la cacciata immediata della Grecia dall’Eurozona (se non subito fra qualche mese), il via al terzo Quantitative Easing da parte della Fed. Si tratta di cinque importanti momenti sia per la tenuta dell’area Euro (i primi quattro) che per evitare una seconda ondata recessiva mondiale (QE3). Ma è la cacciata della Grecia dall’Area Euro la questione che mi sta più a cuore e che, nel breve periodo, potrebbe creare un effetto domino devastante. Che Atene sarebbe stata sbattuta fuori dall’Euro era cosa risaputa ai più. La Grecia è stata la cavia sacrificale per testare le strampalate teorie della troika: abbassare stipendi e pensioni, licenziare statali, aumentare imposte dirette e indirette per sistemare finalmente i conti. Risultati, dopo due anni ormai quasi tre: fuga di capitali all’estero, disoccupati a non finire, crollo del Pil, rapporto debito Pil dal 120% al 160%. Mica male! La cosa che dovrebbe preoccuparci è che le medesime misure le stanno applicando da novembre 2011 il governo Monti in Italia e da qualche mese il governo Rajoy in Spagna. Fra qualche anno tireremo le somme, nel frattempo cominciamo pure a spaventarci con i dati sulla salute delle nostre economie che, di mese in mese, stanno uscendo.

Ma torniamo ad Atene. La Grecia in questi giorni sta chiedendo di dilazionare in altri due anni, gli impegni presi con la troika. Samaras, fresco vincitore delle ultime elezioni, sa benissimo che, se implementasse tutto ciò gli è stato chiesto nei tempi previsti, fra breve non sarebbe più in grado di “tenere la piazza”. Sta dunque girando le cancellerie europee per tentare di convincere i paesi più riluttanti. La Germania, prima ancora che l’aereo del premier greco atterri a Berlino, ha fatto sapere attraverso il potente ministro delle finanze Schaeuble che “dare più tempo non è la soluzione ai problemi”. Durante la conferenza stampa congiunta Merkel – Hollande di ieri sera, la cancelliera tedesca ha dichiarato che “è importante che tutti mantengano i lori impegni” e che “vorrei che Atene restasse nell’Euro”. Ormai siamo a questo, siamo agli auspici, alle speranze, ai vorrei – ma – non – posso. Quindi tutto è deciso. Manca solo la data di annuncio ai mercati. Poi le cose precipiteranno velocemente. Basta una sola falla nella diga per farla collassare. Purtroppo siamo in una situazione di crisi con solo tre scenari possibili: eurobond e convergenza politico fiscale dell’Area Euro (la soluzione da tutti o quasi auspicata), fine ordinata dall’Eurozona (unica alternativa a questa unione solo bancario/monetaria) o uscita disorganica di ogni singolo paese. Temo stiamo imbroccando quest’ultima via.

A tutti coloro, e non sono pochi, che ritengono che l’uscita della Grecia permetterà il rafforzamento dell’Area Euro vorrei rispondere citando i fatti narrati in un classico della letteratura: Dieci piccoli indiani, di Agata Christie.

E’ la storia di dieci persone apparentemente senza alcun legame che vengono a vario titolo invitate, con una lettera, a soggiornare (o lavorare) presso un’isoletta al largo della costa del Devon, di proprietà di un fantomatico signor U.N. Owen (che si pronuncia come unknown – sconosciuto). E’ curioso come nessuno conosca esattamente chi gli stia offrendo la vacanza (o il lavoro) ma tutti, per motivi diversi, decidono di accettare. Un traghettatore, un vero e proprio Caronte visto ciò che accadrà di lì a poco, li porterà dalla terraferma a Nigger Island (questo il nome dell’isoletta) da cui non faranno mai più ritorno. Al termine della prima cena insieme, un disco diffonderà nella sala dove si erano raccolti, i capi di imputazione per ognuno di loro. Ecco cosa univa tutte queste persone: ciascuno, in passato, aveva direttamente o indirettamente concorso ad uccidere vite umane. Dopo una prima fase di sgomento e di stupore, il gruppo, seppur per pochi istanti, si compatta. Gli astanti ricostruiscono come e da chi sono stati invitati e rigettano, uno per volta, le accuse ricevute. Ma un evento, la morte per avvelenamento di uno di loro, disgregherà immediatamente questo gruppo in fieri e li trasformerà in nove entità distinte ognuna convinta della colpevolezza altrui. Un tutti contro tutti, seppur con momentanee alleanze, che terminerà solo con la morte dell’ultimo ospite. Un gioco macabro accompagna i vari delitti. Ogni volta che una persona verrà uccisa, sparirà una delle dieci statuine di negretti poste in mezzo al tavolo della sala, e tutti gli omicidi saranno cadenzati dal ritmo di una filastrocca presente nelle camere di tutti gli invitati.

Questo racconto è una così evidente metafora della nascita e della probabile fine dell’Eurozona, che non è il caso di soffermarsi su ogni singola analogia. Ma c’è un aspetto di questo racconto che mi ha sempre colpito. Si tratta una questione prettamente linguistica. Il titolo originale di questo giallo era”Ten Little Niggers”. Quando però il libro fu pubblicato negli States, vista l’accezione dispregiativa del termine “Nigger” si pensò di intitolare il racconto “And then were none” (e poi non rimase nessuno) mutuandolo dalle parole conclusive dell’ultima strofa della filastrocca di cui abbiamo detto prima. La prima strofa della stessa, invece, termina così: “and then were nine” (e poi ne rimasero nove). Solo una lettera di differenza la “I” (di nine) al posto della “O” (di none) sancisce l’inizio e la fine del tutto. Guarda caso queste due lettere sono i simboli scelti in elettronica per indicare l’accensione e lo spegnimento di un sistema chiuso. E fu proprio così nel romanzo: settimane a preparare e organizzare il soggiorno e poi, dopo il primo delitto (come se si fosse premuto un tasto ON), nel giro di pochi giorni morirono tutti e “poi non rimase nessuno” (OFF appunto).

Temo davvero che se diamo il via all’uscita della Grecia dell’Euro, innescheremo un repentino quanto disordinato effetto a catena che avrà come risultato la fine di ogni speranza di un futuro migliore per tutti noi. Noi possiamo decidere se e quando innestare la bomba (I), ma solo la bomba poi deciderà quando fermarsi (O).

Cerbero, il cane a tre teste.

Ormai ci siamo. Adesso manca davvero poco. E finalmente e colpevolmente la stampa comincia a parlarne. Prima qualche minuto articolo nascosto a pagina 10 o 11 poi, piano piano, le battiture sono aumentate e, giorno dopo giorno, gli approfondimenti su questo tema hanno cominciato ad avvicinarsi alle prime pagine. Da sabato scorso, in molti editoriali delle principali testate italiane, importanti firme hanno messo nero su bianco, quello che purtroppo ci stiamo dicendo da tempo. Ancora i toni non sono abbastanza forti, ancora pare di leggere spunti di riflessione piuttosto che accorati appelli. Siamo stati presi in giro per troppo tempo, la verità ora farà molto più male a chi di noi non si era accorto di nulla.

Non siamo più padroni a casa nostra. La nostra opinione, il nostro voto non servono a nulla. Ne abbiamo già parlato: lasciare la politica monetaria in mano alla Bce è stato il più grande furto che sia mai stato perpetrato ai danni dei cittadini europei, tedeschi compresi. Firmare il fiscal compact è stata la più grande cessione di sovranità mai avvenuta da parte di una (o molte) nazioni. In entrambi i casi si è trattato di atti, nella sostanza, assolutamente illegali perché non suffragati dal voto popolare. Formalmente magari è tutto lecito. Anzi ne sono sicuro. Quando infatti un professionista si accinge a commettere un reato, si procura un alibi e non lascia impronte.

La novità di ieri è che la Bce ha sollecitato i governi in difficoltà, Spagna ed Italia tanto per cambiare, a chiedere l’intervento del fondo salva spread. In altre parole. La Banca Centrale Europea ha invitato i due governi a cedere alla troika quell’ultima parte di sovranità ancora nelle loro mani.

Un po’ come capita alle aziende sull’orlo del fallimento: interviene il tribunale che nomina un curatore fallimentare a tutela degli interessi dei creditori. Il vecchio management è ovviamente sollevato da ogni incarico. In Italia e Spagna accadrebbe lo stesso con la differenza che si tratta di nazioni e non di società. Gli stati hanno politici e governi che, di norma, sono eletti dai cittadini e non manager nominati dalla proprietà dell’azienda. I loro contributori sono i cittadini attraverso il pagamento delle tasse e non gli azionisti attraverso l’acquisto di titoli di proprietà. Il fine di una società è creare utili e raggiungere lo scopo sociale, quello di uno Stato è agevolare la convivenza dei cittadini sancita dal contratto sociale.

Che senso avrebbe continuare a salutare una bandiera, cantare un inno o pagare le tasse se viene meno il concetto di nazione come entità autonoma e sovrana? Che differenza ci sarebbe tra noi, gli spagnoli, i greci e i portoghesi ed eccezione della lingua? Se ci governerà la troika non saremo più  italiani ma dei generici sudditi di tre entità tecniche: Bce, Fmi e Commissione Europea. Un vero e proprio mostro a tre teste. Va evitato in tutti modi il ricorso al fondo salva spread. Altrimenti sarà inutile, l’anno prossimo, andare a votare. L’agenda politico economica sarà scritta al di fuori dei nostri confini e, chiunque vinca, vi si dovrà uniformare. Avremo autonomia solo nelle materie di scarso rilievo. Allora voteremo Pd se siamo a favore delle unioni gay, sceglieremo il Pdl in caso contrario. Piuttosto che espropriati della nostra libertà, molto meglio essere insolventi. Meglio fare un hair cut sul nostro debito (magari estero) e poi, con una nuova valuta, provare a risollevarci. Sì perchè è evidente che sarà difficilissimo farcela, ma dobbiamo scegliere se vivere di stenti e combattendo o sopravvivere nel torpore della schiavitù. Nel primo caso saremo noi gli autori del nostro destino e potremo continuare a vivere, se non da leoni, quantomeno da uomini. Se invece permettiamo a qualcuno di metterci in un recinto e di tanto in tanto di tosarci, ci ritroveremo ad essere pecore: con i tre cani della troika a controllarci.

 

In altre parole:

 

Benché Eracle fosse un greco, era altresì un semidio. Suo padre era un certo Zeus, la madre tale Alcmena. Sono certamente le divine discendenze ad averlo forgiato l’eroe di forza e astuzia che tutti noi abbiamo imparato a conoscere, piuttosto che il Dna miceneo. Qualsivoglia siano le origini della sua tempra, egli riuscì a portare a termine le famose dodici fatiche. Fu costretto ad affrontare una dozzina di prove davvero impossibili per non dire mortali per chiunque altro uomo. La dodicesima fatica, quella conclusiva, quella liberatoria fu proprio quella di catturare Cerbero. Di cosa si trattava? Di nient’altro che del cane a guardia dell’Ade. Possiamo immaginare quanto dovesse essere forte e cattiva una siffatta creatura. Ci sarà pure una ragione se nessuno è mai tornato dall’aldilà! Beh, oltre ad essere feroce e arcigno aveva ben tre teste (a simboleggiare la distruzione del passato, del presente e del futuro) ed era ricoperto da serpenti che, ad ogni latrato, si rizzavano e tentavano di mordere il malcapitato. La troika non è poi molto diversa. Sapremo, come Eracle, soffocare il cane tra le nostre braccia? Ne dubito. Ma abbiamo un’ alternativa: quella di non combattere Cerbero, quella cioè di non chiedere l’aiuto del fondo salva spread.

Al contrario, prepariamoci alle dodici fatiche, ma facciamolo avendo ben chiaro in mente che noi non siamo figli di Zeus (neanche illegittimi).

Il peccato originale

La crisi finanziaria che, nei paesi dell’area Euro si sta sovrapponendo al ciclo recessivo, ha origini molto lontane. L’Unione Europea ed i suoi stati costituenti sono nati mortali, quindi fallibili, poiché figli di un peccato originale. La moneta unica è infatti stata creata senza un suffragio popolare. Non è una questione da poco. Purtroppo nessuno ne parla mai, ma il problema esiste ed è enorme. Infatti, la delega della politica monetaria ad una entità terza (BCE) è un atto che ha importantissime ricadute sulla nazione stessa che si priva di questa prerogativa. Alla banca centrale è infatti demandato, tra l’altro, il compito di gestire la massa monetaria ed il tasso di sconto: due driver fondamentali per governare i cicli economici di una nazione e quindi il benessere dei suoi cittadini. I paesi dell’Euro zona hanno concambiato le proprie valute con l’Euro ed esautorato, de facto, da ogni delega operativa, le varie banche centrali dei singoli paesi. Il tutto, peraltro, senza procedere ad un’unificazione politica di Eurolandia che avrebbe fatto da organo di indirizzo per la neonata Bce. Mi sembra quindi evidente il fatto che gli stati abbiano ceduto una grossa fetta di sovranità nazionale, senza interpellare direttamente i rispettivi cittadini. E questo è inammissibile. Non dimentichiamoci che, ab origine, liberi uomini trovarono forme di convivenza comune finalizzata a migliorare la loro esistenza: meno libertà individuali ma diritti uguali per  tutti, imposte da riconoscere allo Stato a fronte di infrastrutture, welfare, sicurezza etc… Nel 1762 Jean-Jacques Rousseau ne “Il contratto sociale” scrisse che questo accordo risponde alla necessità di “trovare una forma di associazione che difenda e protegga, con la forza comune, le persone ed i beni di ciascuno e con la quale ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisca che a sè stesso e rimanga libero come prima”. Uno Stato democratico insomma in cui il popolo è, allo stesso tempo, anche sovrano poichè ne rappresenta le unità costituenti. Sovranità come esercizio della volontà generale. Ricorre quest’anno il 250° anniversario di quell’opera eccezionale e, tirando le somme, possiamo affermare che le previsioni del buon Rousseau sono state un po’ troppo ottimistiche. In realtà questa identità di ruoli tra stato sovrano e cittadino è tale solo sulla carta. Il primo infatti può arrogarsi il diritto di non ottemperare agli impegni assunti (e spesso e volentieri lo fa) di fatto tradendo il contratto sociale, i secondi, invece, qualora non rispettino le leggi, vengono sanzionati economicamente (multe) o corporalmente (detenzione). Il sistema tuttavia regge almeno fino a quando si mantiene un minimo di forma. Finché infatti si indicono elezioni per votare i nostri rappresentanti o referendum per abrogare leggi maldestramente approvate dai nostri eletti, il corso democratico appare come tale. Ma quando si espropria di fatto una nazione e, dunque, i suoi cittadini di un potere come quello di decidere della propria politica monetaria, beh allora il contratto non è solo stato tradito ma del tutto stracciato. E’ necessario rivedere tutto il processo fin dall’inizio. Ogni nazione appartenente all’Euro zona deve chiedere ai propri cittadini di ratificare, mediante referendum, l’adesione alla moneta unica. Questo per dare all’Euro la legittimità che oggi non ha e senza la quale non può pensare di reggere in momento di crisi economica e finanziaria come quella attuale. Prima di questo,tuttavia, si dovrebbe chiedere mandato ai cittadini di costruire una zona Euro che sia innanzitutto politica, gli Stati Uniti d’Europa per intenderci, sulla falsariga di quelli americani. Al contrario si continueranno a perpetrare gravi violazioni del contratto sociale. Temo infatti che fra poco tempo anche Italia e Spagna potrebbero essere messe sotto tutela dalla “troika” un po’ come la Grecia. La dichiarazione rilasciata ieri dal nostro Presidente del consiglio, in merito al fatto che potremmo essere costretti a chiedere l’intervento del fondo “salva spread” se i mercati finanziari continuassero ad ignorare i progressi fatti dal nostro paese, è alquanto preoccupante. Nell’ultimo mese infatti, Monti ha più volte affermato che il nostro paese non avrebbe avuto bisogno di alcun genere di aiuto. Il fatto è che ieri si trovava in visita al premier finlandese, forse il più oltranzista in merito al rigore di bilancio tra i leader europei, il quale,  nell’incontro congiunto con la stampa, ha tra le altre cose precisato che: “la situazione dei mercati non è normale”……”sono auspicabili iniziative europee per calmare i mercati”……”dovrà essere tutelato il  contributo delle nazioni prestatrici”…..”le regole devono essere uguali per tutti così come sono state scritte, non interpretate”. Il timore è che si siano invertiti i ruoli. Piuttosto che essere Monti a convincere Katainen ad essere meno fiscale e più accomodante anche in vista del board della Bce di oggi, pare sia stato il finlandese a persuadere il nostro Presidente del consiglio circa l’opportunità di chiedere l’aiuto del fondo salva spread. Poiché nè l’Italia né tantomeno la Spagna hanno fino ad oggi chiesto ufficialmente l’intervento di Francoforte, temo vi siano accordi tenuti riservati per cui chi accede a quei fondi dovrà necessariamente accettare la supervisione della troika. Ed ecco che ritorniamo al peccato originale. I cittadini dell’Area Euro, che già non hanno a suo tempo autorizzato la delega della politica monetaria alla Bce, tantomeno hanno mai suffragato la possibilità che una delegazione di tecnocrati provenienti da Fmi, Bce e Commissione Europea possa decidere in merito alle tasse da pagare, ai servizi da tagliare o a qualunque altro intervento lesivo della sovranità di una nazione. Peraltro, al di là della legittimità della questione, c’è un oggettivo problema legato alla qualità di questo genere di interventi. La Grecia, prima di implementare le direttive della troika, aveva un rapporto deficit/pil intorno al 120% che a distanza di due anni è salito oltre il 160%. Non parliamo della disoccupazione, dei consumi, della bilancia commerciale né di quanta valuta è stata portata all’estero o quantomeno prelevata dalle banche.

 

 In altre parole:

Viviamo una situazione che nessuno è mai stato costretto a gestire in passato. Del resto mai la moneta di una nazione è nata prima della nazione stessa. Se a questo aggiungiamo una crisi finanziaria senza precedenti (per tipologia) all’interno di una profonda recessione, non è facile essere ottimisti. Nessuno ha il coniglio nel cappello. Neanche Draghi che sette giorni fa ha assicurato di avere i mezzi e la volontà per salvare l’Euro ed oggi ha dovuto fare un mesto dietro front che minerà la sua credibilità.

Can cha abbaia non morde, soprattutto se tenuto ben stretto al guinzaglio dal teutonico padrone.

Presidente Draghi, non dimentichi che ha ancora una freccia, seppur spuntata, per il suo arco: le dimissioni. O minacciandole salverà l’Euro zona, o rassegnandole salverà, almeno, la faccia. 

Can che abbaia non morde…

Can che abbaia non morde….ma di certo un po’ di panico lo crea, soprattutto se è bello grosso. A questo deve aver pensato Mario Draghi ieri mattina prima di prendere la parola al Global Business Summit di Londra. E i mercati gli hanno dato ragione. Ha fatto un intervento assolutamente in linea con tutte le dichiarazioni rilasciate da quando è governatore della Banca Centrale Europea ma, stavolta, le reazioni alle sue parole sono state immediate e molto decise. Cos’ha dichiarato? Niente di nuovo: che “l’Euro è un processo irreversibile”…bla bla bla, che “la Grecia fa parte della famiglia europea e resterà nell’Euro”….bla bla bla, che “all’interno del suo mandato la Bce è pronta a fare tutto quanto è necessario per salvare l’Euro” concludendo con queste parole: “e credetemi, sarà sufficiente!”.

Non sorprendono gli sforzi di Mario Draghi per contenere le forze centrifughe che stanno minando l’unità della zona Euro, semmai stupisce, e non poco, la reazione dei mercati avvenuta un attimo dopo le sue dichiarazioni. L’Euro si è rafforzato contro tutte le principali valute (il cambio Eur/Usd è passato da 1.2126 a 1.2287 in pochi minuti), i mercati azionari sono schizzati in territorio positivo toccando rendimenti a dir poco euforici e gli spread si sono compressi notevolmente. Eppure, a voler ben guardare, sono mesi e mesi che Draghi, come un disco rotto, continua a ripetere gli stessi concetti, espressi ieri a Londra, senza influenzare minimamente i corsi dei mercati. Anche perchè, non dimentichiamo, il problema non sta nella sua indiscussa volontà di porre rimedio alla inedia politica dei paesi della zona Euro, quanto piuttosto nei vincoli che il suo mandato prevede e rispetto ai quali egli è del tutto impotente. E’ come un allenatore di una squadra di calcio che dichiara che si faranno grandi acquisti. In realtà è il presidente l’unico in grado di fare tali promesse, poichè è lui e solo lui che ha accesso al proprio portafoglio: l’allenatore può solo nutrire speranze. Ed il proprietario della Bce, o meglio l’azionista con la Golden Share, è la Budersbank e quindi la Germania che , fino ad oggi, ha sempre espresso grosse riserve ogni qual volta si è trattato di implementare strategie atte a porre seri rimedi all’attuale crisi. Sia che si trattasse anche solo di parlare di Eurobond, che si discutesse di ampliare il mandato della Bce trasformandola in un prestatore di ultima istanza. Cerchiamo quindi insieme di comprendere meglio perchè questa volta il mercato ha prestato così tanta attenzione alle parole di Draghi. Una pericolosissima spada di Damocle incombe sulla testa dell’Euro: il suo nome è Bundesverfassungsgericht….e non è uno scherzo! Si tratta inftti della Corte Costituzionale Federale tedesca che, il 12 settembre, si pronuncerà in merito alla liceità dell’utilizzo del denaro dei contribuenti della Germania attraverso i prestiti erogati dall’UE (mediante veicoli creati ad hoc) a Grecia, Irlanda e Portogallo. Se il verdetto fosse negativo, verrebbero meno tutti gli sforzi fin qui messi in campo per salvaguardare i paesi in difficoltà dell’Euro e la valuta stessa potrebbe collassare. In sostanza il mercato ha voluto credere che Draghi riuscirà a mantenere in vita Eurolandia per i prossimi cinquanta giorni, magari anche forzando un po’ il suo mandato in attesa della delibera dell’impronunciabile authority di cui sopra.

Quindi, a voler vedere, si tratta ancora una volta di cucire l’ennesima toppa in un vestito ormai tutto logoro. Se pure dalla Germania il  12 settembre arriverà il via libera, tutti i problemi saranno ancora sul tavolo. La Spagna ha dimostrato  una debolezza imbarazzante: per qualche giorno la curva dei rendimenti dai 3 ai 30 anni è stata assolutamente piatta. I problemi iberici non sono più solo limitati alla questione bancaria, alla disoccupazione in forte crescita e a dati macroeconomici di volta in volta sempre più deprimenti: adesso si è aggiunta l’incognita delle province autonome sull’orlo del fallimento. La Grecia, da quando segue la ricetta delle troika, ha peggiorato tutti i suoi ratios. Lo diciamo già da tempo: Atene formalmente è già fuori dall’Euro. E’ infatti tenuta artificialmente in vita da temporanee somministrazioni di prestiti in attesa che i tempi siano maturi per annunciare ai mercati la sua fuoriuscita. L’Italia, seppur con tutti i cerotti applicati dal governo tecnico di Monti, sanguina da ogni parte e non potrà resistere a lungo con questi tassi di rifinanziamento e, anche se fosse, non sarebbe vita ma sopravvivenza.

In altre parole:

Stiamo continuando a pagare a carissimo prezzo la difesa ad oltranza dell’Euro. La scontiamo in termini di aumento del monte tasse cui far fronte, di diminuzione del valore reale dei nostri salari, di aumento della disoccupazione, di diminuzione della competitività delle nostre aziende. Questo Euro non ci serve. A nulla. Non fossimo in forte recessione potrmmo pensare ad un ultimo tentativo per trasformarlo in una valuta davvero comune. Ma abbiamo le settimane contate. Non perdiamo altro tempo. Torniamo alla Lira e facciamolo subito. Due importanti analisti di Merril Lynch, in un recente studio, hanno dimostrato che l’Italia sarebbe il paese di Eurolandia a beneficiare maggiormente di un eventuale ritorno alla valuta di partenza; la Germania sarebbe, ovviamente, quella che avrebbe più da perderci. Il Mainstream del  ”l’ Euro-è-un-processo-irreversibile” si sta indebolendo e, sempre più paper, ipotizzano se non un ritorno alle valute ante 2001, quantomeno ad un Euro a due velocità.

I vecchi, alla fine,  hanno sempre ragione: “Can che abbaia non morde”.

In medio stat virtus

Si parla spesso di mercato e del fatto che esso sia giudice imparziale del valore di un titolo, della bontà di una manovra finanziaria, della solidità di un Paese. E’ uno dei dogmi cui siamo stati abituati a credere e che non ci è possibile mettere in discussione. Pena: l’essere considerati eretici, eccentrici o peggio degli incompetenti. Beh, a costo di rientrare in una o più di queste singolari categorie, vi confesso che ho sempre nutrito seri dubbi sulla veridicità di questo assioma ed ora sono sicuro della bontà della mia opinione: il mercato è soltanto un luogo fisico, o digitale poco importa, esattamente come la savana. E’ popolato da grandi predatori che quando attaccano creano lo scompiglio tra le mandrie e che spesso riescono a ferire o ad uccidere la preda. E dopo che si sono sfamati, lasciano le carcasse ai predatori più piccoli che, a loro volta, dopo essersi cibati della poca carne rimasta, lasciano il posto alle iene ed infine agli avvoltoi. Alla fine non rimane che qualche ossa debitamente ripulita di ogni brandello di tessuto. Ecco cosa succede nella savana, ecco cosa capita nei mercati finanziari. Un branco più o meno numeroso formato da grandi hedge fund, investment bank, pension fund etc… sceglie la mandria e la attacca, quando le prede vanno nel panico e rompono le fila, scelgono una vittima e ci si accaniscono finche’ non ne hanno la meglio. Nel 2010 è cominciato l’assalto alla zona Euro: un bacino che custodiva molte ricchezze in termini soprattutto di risparmi privati. Poiché si trattava di una mandria male assortita, c’erano zebre, gnu, antilopi, giraffe e qualche elefante, ogni animale-stato ha cercato di difendersi scappando alla rinfusa ed il gruppo si è dissolto quasi subito. Rimase indietro la Grecia che fu presto raggiunta dai predatori e spogliata di ogni suo bene. I governi ellenici dal 2010 in poi non hanno fatto altro che aumentare l’imposizione fiscale, ridurre i salari e le pensioni producendo un’ovvia contrazione dei consumi ed  un’esplosione della disoccupazione. Spaventati dalla sorte della Grecia, il “nostro” disomogeneo branco si e’ per un’ attimo ricompattato ma, fatto oggetto di un nuovo assalto, si e’ nuovamente confusamente sciolto e questa volta ad essere isolato ed aggredito e’ stato il Portogallo le cui ferite sono state medicate dalla mandria con i medesi rimedi ellenici (sanguisughe) a base di maggiori tasse e minori salari. A questo punto gli animali rimasti,che certo non brillano per acume finanziario, confondendo le cause per gli effetti, hanno deciso di applicarsi preventivamente su tutto il corpo codeste sanguisughe affinché rimanesse poco sangue per i predatori, nella speranza che questi ultimi si cercassero altre prede. E allora ecco che ogni singola specie ha eletto nuovi capo-branco inclini ad accettare questa nuova deliberazione comune e, dove le elezioni erano lontane, tecnici maculati hanno sostituito anziani leader spelacchiati. E così i vari Monti, Rajoy e in certa misura Hollande, da buoni restauratori, stanno mettendo in pratica tutto cio’ che il fiscal compact prevede. Abbattere il debito ed essere in avanzo primario, attraverso ogni genere di tassa o taglio della spesa pubblica, costringera’ i cittadini ad aprire in continuazione il portafoglio per pagare ogni genere di tributo o di servizio una volta gratuito. Poiche’,  a differenza dei paesi anglosassoni, quelli mediterranei avevano una contenuta propensione al consumo e una spiccata attitudine al risparmio (pensiamo per esempio in Italia a quante famiglie sono proprietarie di immobili),  bisognava trasferire questa ricchezza dalle casse dei cittadini a quelle dello stato, per convincere i grandi investitori mondiali a ricominciare ad acquistare titoli di debito governativi. E così, in modo coatto, si sono costretti i greci, gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi etc… a condividere i propri risparmi di una vita con i “mercati finanziari globali”. Il mercato si prende tutto ciò’ che non gli si offre spontaneamente… esattamente come il leone. Negli ultimi 10 mesi il tasso di sconto in Eurolandia si e’ dimezzato, la Bce ha prestato circa 1000 miliardi di Euro alle banche a tassi risibili, i governi politici e tecnici del sud Europa hanno tagliato il tagliabile e tassato il tassabile ma la Grecia e’ di fatto fuori dall’Euro, la Spagna ha tassi di finanziamento non più sostenibili e lo spread italo-tedesco è ai massimi di sempre. Un’enorme macelleria sociale (sono parole del presidente della confindustria italiana), per nulla. Milioni di nuovi disoccupati, migliaia di nuovi poveri, centinaia di suicidi in tutta l’ area Euro per niente, per trovarci ancora nella stessa situazione di un anno fa. La verita’ e’ che se il leone vuole mangiarsi la gazzella, se la mangerà senza badare se è o meno infestata dalle sanguisughe. Non possiamo permettere che la dittatura dei “mercati finanziari globali” sostituisca la democrazia dei popoli.

I tedeschi, i finlandesi, gli olandesi, i furbetti della tripla A per intenderci, non ci aiuteranno mai condividendo i nostri debiti ed i loro crediti: al massimo ci compreranno a saldo un attimo prima del nostro fallimento. L’ Euro avrebbe potuto essere la Valuta, invece è solo un misero fallimento.

Siamo all’ acme di una lunga e difficilissima crisi e non vi sono le condizioni per una rapida soluzione della stessa.
In altre parole:
Aristotele nell’etica Nicomachea e poi Orazio nelle Satire e poi ancora Ovidio nelle Metamorfosi, espressero il concetto della ricerca dell’equilibrio come alternativa delle scelte estreme e radicali. “In medio stat virtus” per dirla alla latina. Ed e’ quello che si e’ fatto in questi ultimi anni: tanti, troppi inutili compromessi tra le istanze rigoriste dei paesi del nord e le necessita’ di crescita dei paesi del sud. Il risultato e’ stato quello di procrastinare il problema di mese in mese accrescendo, ad ogni rinvio, la portata del contagio.
Ma noi, che siamo figli della cultura classica, non ce la sentiamo di rinnegare del tutto quel motto latinopiuttosto ne preferiamo l’accezione che Aristofane sposa ne ” Le nuvole”: quello di ” digitus impudicus”. Gia’, avete capito bene, il dito medio. E’ forse giunto il momento di restituire ai cittadini del nord Europa, il gesto che ci fanno ogniqualvolta chiediamo loro gli eurobond o una Bce che possa fare da prestatore di ultima istanza. E dito medio anche ai mercati finanziari globali che vogliono depauperarci dei nostri risparmi prima di reinvestire nei nostri titoli di stato. 

A mali estremi, estremi rimedi. E’ finito il tempo delle sintesi: diamo il benvenuto a quello delle antitesi.

L’Euro era un contratto in cui i paesi del sud Europa avrebbero beneficiato di tassi di finanziamento bassissimi in cambio della rinuncia alla loro competitività produttiva (figlia delle svalutazioni valutarie). La nostra classe politica (peraltro gli stessi che si ricandideranno ad Aprile 2013) non ha approfittato di un costo del debito molto contenuto riuscendo addirittura ad aumentare lo stock di debito pubblico. Ogni paese ha i politici che si merita. Ma poichè i nostri sono di siffatta natura, poichè le nostre aziende hanno perso ogni possibilità di competere con le loro omologhe tedesche ed inoltre non abbiamo neache più la possibilità di finanziarci a tassi vantaggiosi, non abbiamo più ragioni per rimanere nell’ area Euro. Ed allora: torniamo subito alla Lira, prima che sia troppo tardi! Certo importeremo un po’ di inflazione, ma esporteremo come mai negli ultimi 10 anni. Ci finanzieremo a dieci anni forse a tassi superiori al 10%, ma potremo stampare carta (oggi ci indebitiamo ad oltre il 6% senza avere la leva monetaria). Meglio pagare l’inflazione che le tasse: la prima genera posti di lavoro, le seconde li distruggono. Peraltro nel 1992, quando in regime di semiparità di cambi, svalutammo del 20%, l’inflazione non aumentò nenche di un punto. Torneremmo competitivi senza creare milioni di nuovi poveri. L’alternativa alla Lira si chiama deflazione: salari e pensioni ridotte del 25-30%….Sicuri di volere ancora rimanere nell’ area Euro?

Servi della gleba? Purtroppo no.

Stamattina ci siamo svegliati con la notizia che il governo, rotti gli indugi, ha deciso di non poter perdere altro tempo a trovare un accordo con tutte le parti sociali. Le incontrerà ancora una volta per mettere nero su bianco i vari distinguo e poi, attraverso lo strumento del disegno di legge, lascerà al parlamento la responsabilità di modificare e approvare il testo definitivo affinché diventi legge. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno settimane ma, in molti già temono non si raggiungerà un accordo prima dell’estate. In entrambi i casi nulla cambierà. Questo disegno di legge, che dovrebbe riformare il mercato del lavoro per rendere il nostro paese più appetibile per gli eventuali nuovi investitori stranieri e più flessibile per le imprese attualmente operanti, non cambierà la sostanza delle cose. Solo il tempo stabilirà chi ha davvero ragione, la logica, però, qualche indizio ce lo ha già dato. Ho scritto proprio ieri, per esempio, di quanto sarebbe importante agire sul cuneo fiscale per liberare risorse da far circolare: meno saremo tassati, più soldi ci troveremo in busta paga da poter spendere, maggiori saranno i consumi, minore sarà la disoccupazione. Facile no? Apparentemente si ma, per far quadrare il bilancio di uno Stato, se si diminuiscono le tasse bisogna reperire altre entrate o tagliare parte delle uscite. L’aumento dei consumi incrementerebbe l’IVA che tuttavia non compenserebbe la riduzione del restante gettito fiscale. La soluzione è soltanto una: tagliare radicalmente le spese dello Stato. Se noi fossimo un popolo virtuoso e la nostra classe politica degna di questo nome, si potrebbero studiare modi per spendere meglio il denaro pubblico. Ma non ne siamo mai stati capaci, per cui è inutile perdere altro tempo.

A volte mi chiedo se siamo tutti davvero consapevoli di quante tasse paghiamo veramente e di quanto inique alcune di esse siano.

Prima di tutto è tassato il nostro lavoro. La nostra fatica fisica e intellettuale subisce un prelievo fiscale crescente all’aumentare della nostra retribuzione. Parte da un minimo del 23% per importi sino a 15.000 Euro ed arriva al 43% per cifre superiori a 75.000 Euro. E’ poco? E’ tanto? Difficile rispondere. Se fosse l’unica tassa cui far fronte probabilmente sarebbe equa.

Già mi appare un po’ meno ragionevole se pensiamo che la tassazione delle rendite finanziarie (capital gain) va dal 12,5% per i guadagni sui titoli di stato al 20% per le plusvalenze su tutti gli altri strumenti di investimento. Perché il lavoro di una persona è tassato il doppio dei suoi investimenti? Non ne ho idea. Ma mettetevi pure comodi, abbiamo appena cominciato. Tutti gli anni, i proprietari di una casa, dovranno versare l’IMU dopo aver già pagato all’atto dell’acquisto, nel migliore dei casi, sia l’imposta di registro (del 3%) che quella catastale. Se si è contratto un mutuo, anche quella ipotecaria. I possessori di un’auto, invece, riconoscono all’erario il 21% di IVA quando la comprano, il bollo di possesso tutti gli anni a venire che diventa un super bollo per i veicoli di grossa cilindrata. Ogniqualvolta poi andrà a fare rifornimento di carburante, per ogni 100 lire pagate, 60 saranno di tasse e solo 40 di carburante. Mica male vero? Non so se è chiaro ma quello che si evince è che ci sono beni quali la casa, l’auto, lo scooter etc. che prevedono una tassa una tantum all’acquisto, ed una di possesso per tutta la vita. Andiamo oltre. Ogni volta che acquistiamo una bottiglia d’acqua per dissetarci, degli alimenti per sopravvivere, un fiore per farci perdonare o un gioco per far sorridere nostro figlio, insieme al prezzo del nostro prodotto paghiamo il 21% di IVA. Ogni transazione prevede il pagamento di questa imposta. Certi beni come il tabacco, l’alcool, l’energia etc. hanno anche delle ulteriori accise specifiche. E poiché non è giusto che guadagni solo lo Stato, tutti noi paghiamo le addizionali regionali, quelle comunali, la tassa sui rifiuti e ogni tipo di multa quando non rispettiamo qualche norma o legge. Sicuro di non essere smentito, posso affermare che un lavoratore dipendente medio subisce complessivamente un’imposizione fiscale molto vicina al 50% dei sui redditi, un libero professionista o un imprenditore circa il 10% in più. Questo significa che si lavora fino a maggio o giugno per lo Stato, i restanti mesi per noi stessi. Sigh!

Tralasciamo ovviamente tutte le conseguenze indirette, delle tasse, sui prezzi dei beni. Va da sè che il clamoroso incremento delle accise sui carburanti, deciso dal governo Monti, si riverbererà sui prezzi dei prodotti. In un paese come l’Italia in cui il trasporto avviene quasi esclusivamente su gomma, l’aumento dei costi di movimentazione delle merci si scaricherà sul prezzo dei prodotti stessi. Direi proprio che ci converrebbe ritornare al baratto: eviteremmo buona parte del prelievo fiscale. Anche perché, fra pochi mesi, l’IVA passerà dall’attuale 21% al 23%….

 

In altre parole: A volte, riferendoci a qualcuno che riteniamo lavori troppo per lo stipendio che percepisce o per estensione, quando certuni, in ambiti anche privati, sembrano godere di ben pochi diritti (in certi rapporti di coppia è un classico), ci capita di definirli più o meno scherzosamente “servi”. Bene, la prossima volta che saremo tentati di rivolgere questo genere di epiteto ad un nostro amico o conoscente, sarebbe meglio che ci fermassimo un attimo a fare la seguente riflessione. I servi della gleba, che caratterizzarono la storia feudale, erano soliti riservare al proprio signore da due a tre giorni di lavoro (corvèe). Per le restanti giornate lavoravano solo ed esclusivamente per loro stessi. Ne consegue che pagavano tasse (sotto forma di fatica fisica) che andavano da un minimo del 28% ad un massimo del 43%. Inoltre il signore li proteggeva e tutelava anche legalmente e, in caso di guerra, non venivano arruolati ma continuavano la loro attività. Se esistessero ancora penso si offenderebbero a morte se paragonati a noi lavoratori italiani.

Ma quale è, allora, il sostantivo corretto per definire colui che è più misero di un servo?

A me viene in mente solo….schiavo. E a voi?

 

 

 

Io, Robot

Siamo quasi a fine marzo ma, in Italia, si sta ancora parlando di lavoro e della riforma del relativo mercato.

Il governo Monti, attanagliato dal senso di colpa per il peccato originale di essere stato nominato e non eletto, da mesi ammicca alla concertazione nei giorni pari e minaccia la decisione unilaterale nei giorni dispari. Questa incapacità di scegliere una linea di condotta chiara e di portarla a termine con la dovuta determinazione, sta innervosendo le parti sociali e inquietando l’opinione pubblica.

Eppure, la storia, qualcosa dovrebbe insegnare. Differenti popoli, a distanti latitudini, in diversi momenti, hanno di buon grado accettato, e spesso idolatrato, dittatori di ogni statura e colore ma mai, in nessun caso, hanno tollerato le indecisioni di qualunque governo, seppure democratico.

Il cittadino normalmente pretende che chi lo governa sia una persona migliore di lui e non accetta titubanze, ripensamenti o equivoci; soprattutto quando si tratta di tecnici venuti per salvare la patria.

Ma, piuttosto che la questione formale, preferisco approfondire quella sotanziale.

Non convince il fatto che il governo si stia focalizzando solo su un aspetto della questione. Tutte le misure attuate fino a ieri e tutte quelle oggetto di riforma oggi incidono sulla domanda, nessuna sull’offerta del lavoro.

L’aumento dell’età pensionabile, la compressione dei salari, la diminuzione dei diritti dei lavoratori e della loro rappresentanza sindacale (vedi ultimi accordi Fiat) sono tutti interventi che insistono sulla parte prestatrice d’opera.

Se la contingenza macro-economica da una parte ha reso improrogabili alcuni di questi interventi, dall’altra l’impressione è che se ne sia approfittato per cancellare importanti diritti, bada bene non privilegi, acquisiti dai lavoratori.

Il governo Monti, che ha agito con precisione chirurgica sul lato della domanda, pare abbia del tutto ignorato l’aspetto dell’offerta del lavoro.

L’Italia infatti è il paese delle piccole e medie imprese: se in passato questa è stata un’utile peculiarità, ora sta diventando sempre di più l’elemento di sgretolamento e distruzione del nostro tessuto produttivo. Si tratta perlopiù di imprese di piccole dimensioni (il 98% ha meno di 20 dipendenti), a conduzione familiare (oltre il 90%), che raramente inseriscono nei ruoli di comando manager estranei all’ambito parentale e che quasi mai aprono il capitale a partecipazioni esterne (sovente sono sotto capitalizzate). Il risultato è che solo il 33% di queste aziende supera il primo passaggio generazionale e solo il 15% il secondo con conseguente perdita di know how, di fette di mercato e di, ahimè, occupazione. Non ho mai sentito un governo, compreso l’attuale, trattare e affrontare questo enorme problema. Che dire poi della timidezza con cui le imprese italiane vengono accompagnate e presentate all’estero dagli esecutivi nostrani, rispetto al vigore con cui altri paesi a noi vicini (Francia, Spagna e Germania) sponsorizzano le proprie aziende accaparrandosi posizioni di quasi monopolio in intere aree geografiche?

A quali politiche per incentivare l’aumento demografico tutelando le imprese si sta pensando? E chi lo sa!

E la famosa riduzione del cuneo fiscale per rivitalizzare i consumi che fine ha fatto? E’ rimasta una lettera di intenti del Mario Monti editorialista sulle colonne del Corriere della Sera di quasi un anno fa. E ancora, è più facile attirare capitali e imprese straniere limitando l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori o bonificando metà Italia dalla criminalità? Quale multinazionale aprirà uno stabilimento in Sicilia, Calabria e Campania con o senza articolo 18? Di certo nessuna.

Alla fine si tratta solo di scegliere cosa si vuole davvero fare oggi del tema lavoro, ma più in generale del dossier Italia. Un’operazione di facciata? Un veloce restiling? Se la volontà è questa, è sufficiente continuare così. Se invece, vogliamo trasformare questa situazione di estrema difficoltà in una grande opportunità per il paese, dobbiamo, anzi dovete voi tecnici, operare un vero e proprio cambio di marcia. La vera emergenza oggi è di certo il lavoro. Dunque affrontare la questione da ogni punto di vista e non solo da quello della domanda. Fare le liberalizzazioni, ma quelle vere, e non prendere più per i fondelli i cittadini con la lotta ai tassisti (peraltro persa con disonore). Le privatizzazioni che fine hanno fatto? Perché nessuno ne parla più? Sussidiarietà, regimi fiscali agevolati per le imprese straniere che apriranno in Italia, riforma dell’istruzione finalizzata all’inserimento nel mondo del lavoro attraverso l’insegnamento di materie “utili” e allo studio in loco presso le aziende, sussidi di disoccupazione per chi rimane senza impiego ma con l’obbligo di accettare qualunque mestiere proposto dall’ufficio di collocamento…..

Il lavoro è diventato l’elemento qualificante dell’uomo. Siamo un po’ tutti ciò che facciamo. Anche per questo, negli ultimi anni, molti dei lavori più modesti e despecializzati hanno cambiato il proprio nome in modo da sembrare meno umili e comunque più socialmente spendibili. Se una volta si ambiva ad essere milionari, oggi si spera di diventare grandi manager o industriali. La ricchezza separata dal lavoro comincia ad essere percepita come “insana”. Chi non lavora, sebbene sia benestante, viene percepito come “diverso”, quasi guardato con sospetto spesso con indulgenza. Avere un impiego non è solo necessario per sopravvivere ma sempre di più per avere una dignità pubblica. La disoccupazione è ormai sinonimo di morte sociale.

In altre parole: Nel 1950 il grandissimo Isaac Asimov scrisse “Io, Robot”. Il termine Robot, rimanda al significato di lavoro pesante (in russo lavoro si scrive “rabota”). Per estensione il Robot può essere definito, almeno dal punto di vista etimologico, un lavoratore che svolge attività fisica faticosa. In quel capolavoro della letteratura science fiction i Robot erano “umani, troppo umani” come avrebbe detto Nietzche. Di fronte alla complessità del dilemma etico, le macchine si trovarono ad avere reazioni umane. Del resto l’uomo demiurgo di macchine, non potè che riprodurre le proprie imperfezioni su scala industriale. Come sempre la realtà è più amara delle favole. Ed oggi, a distanza di oltre sessant’anni, invece di avere macchine che vorrebbero essere uomini (vedi anche “Blade Runner” di Ridley Scott, 1991) ci troviamo con uomini che vorrebbero essere Robot.

Almeno dal punto di vista etimologico.